Lavora, muori, ripeti: le serie TV e l’aldilà aziendaleTempo di lettura: 6 minuti

«Persino quando sogni ti ritrovi il Capitale alle costole.»
M. Fisher, Realismo Capitalista, p. 79

Esiste vita dopo la morte? E se esiste, com’è? No, non è il tema di un saggio teologico. È la trama di molte serie TV. 

Scrive Marina Pierri (se non la conoscete, conoscetela) che di recente l’aldilà è diventato un vero e proprio filone televisivoGood OmensThe Good PlaceMiracle Workers, varie puntate di Black Mirror, la nuova Upload, e sicuramente altre ancora.  Il perché di questo proliferare andrebbe indagato nel dettaglio: la morte come rimosso e ossessione della nostra società è un tema fin troppo ampio per un singolo articolo. Lasciamo quindi da parte il perché tanti prodotti televisivi rappresentino l’aldilà. Concentriamoci sul come

Non è raro che il modo in cui una civiltà immagina l’aldilà rifletta i pensieri e le considerazioni della civiltà stessa sulla vita terrena, sul proprio funzionamento e sulla propria autorappresentazione. ll racconto dell’aldilà è, spesso, un racconto del “di qua”. Dante, un toscano dell’epoca dei Comuni, immaginava l’Inferno come una “città dolente”, con fiumi, pianure, edifici, strade. 

Le serie TV sull’aldilà “di prima generazione” (SupernaturalGhost Whisperer, ma anche la più recente Good Omens, basata su un romanzo del 1990) rimanevano fedeli a una concezione dell’oltretomba latamente cristiana, con angeli e demoni che combattevano l’antica battaglia fra bene e male, e anime intrappolate sulla Terra prima di accedere a un luogo di candida, luminosa pace. 

 

La più innovativa schiera di prodotti su questo tema, invece, ha un taglio originale e particolarmente omogeneo. Tutti o quasi hanno, infatti, riferimenti al mondo aziendale. 

Alcune serie, come Upload o San Junipero (una delle più note puntate di Black Mirror), immaginano agnosticamente che l’aldilà venga generato da una tecnologia. Tecnologia gestita – in Upload è evidente, in San Junipero meno problematizzato – da compagnie private. In Upload, in un vicino futuro post-teologico viene commercializzato un software in cui caricare le proprie coscienze, digitalmente sintetizzate, affinché vivano per sempre. È una compagnia privata a gestire l’oltretomba con la logica del profitto, con la problematica conseguenza di riprodurre, dopo la morte, le dinamiche sociali dell’universo dei vivi (o per meglio dire, degli “analogici”) .

Queste serie, pur di fantascienza, elaborano su elementi già esistenti. Un futuro di “capitalismo delle anime” è uno sviluppo socialmente credibile e tecnologicamente già dibattuto. Vale quello che scrive Fisher in Realismo Capitalista, a proposito de I Figli degli Uomini (pp. 26-27): “il mondo che prefigura sembra un’estrapolazione o un’esacerbazione del nostro, più che una realtà alternativa vera e propria”. 

Altre serie, invece, rappresentano con intento umoristico un aldilà soprannaturale vero e proprio. Questo aldilà, che si suppone sia sempre esistito, al di là del tempo, è organizzato però come un’azienda dei giorni nostri. Implicitamente è come se l’organizzazione aziendale venisse prima della Genesi, fosse il vero motore primo dell’universo. Sul solco dell’affermazione thatcheriana There is no alternative (“non c’è alternativa”), scrive ancora Fisher, “il realismo capitalista ha imposto con successo una specie di «ontologia imprenditoriale» per la quale è semplicemente ovvio che tutto, dalla salute all’educazione, andrebbe gestito come un’azienda” (p. 51). Da questo teorema – tutto andrebbe gestito come un’azienda – non sfugge nemmeno il regno immaginativo.

E il mondo del cinema e delle serie ci mostra quante volte il teorema sia stato applicato. Non solo con il Jim Carrey di Una settimana da Dio, che riceve in forma di email le preghiere destinate al Padreterno. Ma anche quando la fantasia deve rappresentare mondi del tutto immaginari. Da Monsters and Co., in cui i mostri sotto il letto sono impiegati di una company che spreme dipendenti e “soggetti” (i bambini) per aumentare a dismisura i profitti – e la cui risoluzione è, peraltro, l’adesione della company al capitalismo etico. Fino a Inside Out, dove la mente umana è rappresentata come una città industriale, con operai, fabbriche e persino montagne di scarti e rifiuti appena fuori dal territorio cittadino. 

L’applicazione di questo “paradigma aziendale” all’aldilà è particolarmente visibile in due serie. In The Good Place, a prima vista l’oltretomba sembra strutturato come una città, uno spazio pubblico in cui le persone sono invitate a fortificarsi nelle relazioni reciproche. Questo spazio pubblico, però, non è che una finzione, un parco giochi creato per delle anime-utenti. L’aldilà, nella sua natura strutturale, è un’azienda con impiegati perennemente impegnati in meeting, competizioni per il raggiungimento di obiettivi e feste aziendali. Lo spazio pubblico è una messinscena, un terrario dove i defunti sono invitati a interagire per migliorare la produttività dell’azienda-oltretomba. Come una vera multinazionale, si suppone che essa sia di stampo verticistico, ma il capo non si vede mai. Sono gli impiegati semplici a tirare avanti la baracca.


Nella meno nota Miracle Workers, l’aldilà stesso è un’azienda, e pure pessima, dove le anime dei morti lavorano in eterno fra compiti burocratizzati, laboratori di ricerca disfunzionali, turni in fabbrica e mobbing aziendale. A differenza che in The Good Place, qui un Dio c’è, ed è un C.E.O. svogliato e depresso, terrore di tutti i segretari, rampollo debosciato di una famiglia di operosi industriali, motore immobile, sì, ma davanti a una TV perennemente accesa. Del ‘realismo capitalista’ di Fisher quest’universo ha tutto: la burocratizzazione insensata, i lavoratori alienati e isolati, la depressione come sistema. Sarà – forse: è in arrivo la seconda stagione – la presa di coscienza di Dio a migliorare il funzionamento dell’aldilà, e quindi anche della gestione del Pianeta Terra.

 

In entrambe le serie, la rappresentazione dell’oltretomba è anche un pretesto per mettere a nudo numerosi punti critici del tardo capitalismo: efficace e amara la riflessione di The Good Place sull’impossibilità dell’agire etico nel mondo contemporaneo. In entrambe, l’aldilà è un castello kafkiano al cui centro “non è che non ci sia proprio niente: è che quello che c’è non è in grado di esercitare le proprie responsabilità” (lo scrive Fisher proprio a proposito del Castello di Kafka). Questo aldilà è emanazione di una religiosità scettica e indurita dal cinismo, inserito in un soprannaturale giudaico-cristiano stanco, un monoteismo di apparato, largamente insoddisfacente eppure a cui “there is no alternative”. E non a caso, questo soprannaturale è rappresentato come un mondo aziendale ingiusto e incancrenito.

Il lavoro come allegoria della morte, e la morte come allegoria del lavoro.  Il legame tra rappresentazione della morte e del lavoro è evidente, e sta influenzando in modo significativo anche la cultura pop. Non sappiamo cosa ne avrebbe detto Fisher, che si prestava volentieri ai ragionamenti sul cinema “di intrattenimento”.  In questo caso, il filone televisivo sull’“aldilà” ha involontariamente confermato il suo pensiero: è più facile immaginare la vita dopo la morte che la fine del capitalismo.

Leave a Comment